
« Sui monti che separano la valle dell’Arno dal Chianti in località Poggiolo nei pressi del Castello di Moncioni (Comune di Montevarchi) esiste un arboreto, con molte specie e varietà di piante. […] L’origine di tale parco é davvero singolare e lo si deve all’avvocato Giuseppe Gaeta proprietario della villa ‘il Poggiolo’ ».
Si accede al parco e alla villa mediante un viale di cipressi lungo un centinaio di metri.
I cipressi oggi fiancheggiano la strada comunale, ma furono concepiti come viale privato di accesso alla villa. Ragioni di pubblica utilità persuasero il Gaeta a cedere parte della proprietà al comune di Montevarchi per la costruzione della strada. Due pilastri di pietra bugnata sorreggono il cancello da cui si entra nel viale principale in salita. Dopo circa un centinaio di metri comincia ad apparire la villa, ormai immersa nella vegetazione lussureggiante. Essa si presenta adesso come frutto di espansioni successive al
primitivo nucleo che risale al ‘600. In tale periodo vi erano, probabilmente, solo le attuali stanze centrali dell’edificio al piano terra e al seminterrato, dove erano ubicate la cucina e le cantine. In quel periodo apparteneva alla famiglia di medici Peri di Montevarchi, come attesta lo stemma in pietra posto sulla porta delle attuali cantine.
Già all’epoca, l’edificio, se pur di dimensioni ridotte, doveva avere una certa importanza e non era soltanto una residenza rurale amministrativo dei terreni circostanti la cui proprietà arrivava fino alle porte della frazione S. Marco. Questa tesi é avvalorata dalla bella qualità delle decorazioni pittoriche di metà ‘600 da me scoperte nel salone d’ingresso. Chiaramente nel secolo successivo, ’700, la casa assunse una maggiore dimensione dovuta agli ampliamenti laterali al nucleo centrale, e alla costruzione dell’Oratorio di Santa Maria della Purità in pieno stile Luigi XVI. In quell’epoca era passata di proprietà a un Agnolesi, giudice, come attesta la scritta sepolcrale sotto l’altare della cappella.
L’immobile, se pur ampliato rispetto al ‘600, si presenta ancora ad un piano con torre colombaia centrale e la facciata con modanature delle finestre e lesene con capitello fino alla gronda dipinte in grigio su fondo bianco. Pur essendo un edificio di una certa importanza, ci si chiede come mai questi elementi architettonici fossero dipinti e non in vera pietra. Questo è dovuto al fatto che l’edificio non è mai appartenuto alla nobiltà, ma piuttosto a una classe di ricchi liberi professionisti quali medici, giudici, avvocati.
Per motivi di gerarchia sociale non si poteva osare una qualità architettonica che superasse quella della nobiltà e tutto doveva rimanere, anche se pur bello, in canoni più dimessi rispetto agli edifici nobiliari.
Pare che la proprietà, pur cambiando cognome, sia sempre passata per eredità da parte femminile, da una famiglia all’altra. Quindi dai Peri si passa agli Agnolesi, ai Nespoli, per giungere ai Gaeta alla metà dell’800 nella persona dell’avvocato Giuseppe Gaeta, che sarà quello che darà all’insieme parco villa l’impronta più significativa. Si deve a lui la sopraelevazione di un piano della villa, con l’inglobamento dell’Oratorio di Santa Maria della Purità nel corpo principale dell’edificio; la costruzione del Parterre tergale con la
realizzazione di un muro di contenimento della collina, per staccarla dalla costruzione, con l’inserimento di fontane e di un ninfeo.
All’interno l’edificio viene adeguato e ridecorato secondo i nuovi canoni estetici dell’eclettismo vittoriano, eccezion fatta per l’Oratorio. Sempre al Gaeta si deve la costruzione delle scuderie, poi frantoio, e del Pinetum di cui egli stesso parla in una memoria del 1893 intitolata ‘Conifere’: « […] appassionatissimo per le piante, ma privo di studi botanici e forestali (essendo stati di gran lunga diversi quelli preparatori od attinenti la mia professione), privo anche di pratica, incominciai circa 40 anni orsono a far piantare alcune conifere di specie non comuni intorno alla mia villa del Poggiolo.
Adatta mi parve quella località a simili piantagioni essendo esposta nella maggior parte a settentrione a far piantare alcune conifere di specie non comuni e ad un’altezza da 509 a 564 metri sul livello del mare, cioè al limite superiore della zona della vite e dell’olivo ed in piena regione del castagno […]. Il bosco annesso alla villa e le mie collezioni di piante, se mi hanno dato delle soddisfazioni, mi hanno dato anche molti pensieri e mi sono costate non pochi denari ».
Il Pinetum di Moncioni è un piccolo arboreto (circa tre ettari) che si trova in una valle poco nota sul versante valdarnese delle ultime propaggini dei Monti del Chianti ad un’altezza sul livello del mare che varia dai 500 ai 570 metri circa. Il parco è situato a 600 metri dall’abitato di Moncioni, frazione del comune di Montevarchi. A pochi chilometri è il crinale che divide la provincia di Arezzo da quella di Siena, il comune di Montevarchi da quello di Gaiole in Chianti. In esso sono le conifere che costituiscono una vera e propria collezione botanica. Vi si trova il primo esemplare introdotto in Italia nel 1858 di Pseudotzuga Menziesi, più noto come abete di Douglas; il Gaeta ne pronosticò l’efficacia come pianta forestale. A Vallombrosa, culla della sperimentazione forestale italiana, l’abete di Douglas fu introdotto nel 1890 dal Perona, che vi realizzò il primo razionale impianto. Perona aveva visto le possibilità di questa pianta nel parco di Moncioni, dove si era più volte recato.
L’abete è originario dell’Oregon e si raccontava che la giovane pianticella arrivò via mare direttamente dall’Oregon e che la si andò a prendere col barroccio al porto di Livorno. Alla morte di Giuseppe Gaeta, avvenuta nel 1900, l’unica figlia Marianna in Monaci disattese le speranze e indicazioni del padre sul mantenimento del parco; non aveva del padre ne’ la cultura ne’ la passione botanica e curò del parco solo l’aspetto esteriore senza comprenderne minimamente l’importanza scientifica. Il successivo erede, l’ing. Alessandro Monaci, curò poco anche l’aspetto estetico e il parco vivacchiò così per lungo tempo. Molte specie erano scomparse per colpa dei parassiti, degli eventi atmosferici, della mano dell’uomo. Questa decadenza è in parte giustificata se si considerano le vicende della vita, il peso delle famiglie, il mutare continuo delle condizioni sociali e ambientali, sotto l’influenza di due guerre.
All’inizio degli anni ’70 l’Azienda Forestale dello Stato intervenne con opere di ripulitura e restauro dei vecchi camminamenti e fu rispolverato il nome Pinetum, nome accennato dal Gaeta nella sua pubblicazione, ma nessuno aveva mai chiamato il parco con questo nome; dalla popolazione moncionese veniva addirittura chiamato ‘il boschetto’.